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赤い糸 Akai ito

Psicologa Giuseppina Semeraro
 

Benvenuti nell'akai ito, angolo in cui avrò il piacere di condividere con voi pensieri e considerazioni. In alcuni casi le mie parole vi faranno riflettere, in altri non vi troverete d'accordo con il mio personale punto di vista, ma non importa: il senso di questo angolo è la condivisione di pensieri ed opinioni che possano far nascere un dialogo costruttivo così come fareste con un amico di vecchia data. Vi lascio alla lettura e vi auguro una buona riflessione.

See you soon.

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Sliding doors: come sarebbe andata se…

Sliding doors è il titolo di un film del 1998 di Peter Howitt in cui la vita di Helen, la protagonista, si divide in due dimensioni parallele: nella prima Helen prende la metropolitana, nella seconda la perde e questo piccolo particolare apre due scenari completamente diversi, con eventi differenti seppur con qualche accadimento in comune a dimostrare che Helen è destinata a vivere quei momenti a prescindere dal percorso di vita intrapreso. Il film tratta quindi l’argomento del destino e di quei fatidici attimi che hanno il potere di cambiare la vita di una persona, pur comunque sottolineando che se una cosa è destinata ad essere, lo sarà seppur leggermente modificata o spostata nella linea temporale. Non ricordo con esattezza quando ho visto per la prima volta questo film, ne ricordo quante volte l’ho visto, ma non molte a dire il vero, eppure lo nomino in continuazione nei mie discorsi e nelle riflessioni interpersonali che, purtroppo o per fortuna, faccio fin troppo spesso. Quando dico di un fatto o di un evento che è un po’ uno sliding doors, qualsiasi madrelingua inglese mi manderebbe a quel paese poiché letteralmente sliding doors significa “porte scorrevoli”, quindi una mia frase tipica dovrebbe suonare all’incirca così: questo evento perchè un po’ come una porta scorrevole! Un tantino bizzarro ma non molto lontano dal pensiero, ormai convinzione, che il film nel corso degli anni ha generato in me. In sintesi credo fermamente che non sia sempre corretto chiedersi “come sarebbe andato se” per due semplici motivi. Il primo motivo è che l’essere umano nel corso della propria vita è sottoposto ad un infinità di scelte che come tante porte scorrevoli aprono un infinità di mondi paralleli, scenari ed andamenti della situazione. Per cui quando ci ritroviamo in una condizione che non ci piace e ci chiediamo come sarebbe andata se………come sarebbe andata se non avessi preso quel metro, nel caso di Helen, …come sarebbe andata se non avessi fatto tardi a quell’appuntamento…come sarebbe andata se non avessi preso quella strada…. Quando ci chiediamo come sarebbe andata dobbiamo tenere conto che potevamo fare migliaia di altre scelte, potevano succedere migliaia di altri avvenimenti e che i quadri potevano essere infiniti, infinite porte scorrevoli che potevano aprirsi con scenari che non necessariamente hanno l’immagine e l’andamento che ci aspettiamo. E questo è il secondo punto, quando pensiamo ad una andamento diverso della situazione, ad un mondo parallelo in cui abbiamo compiuto la scelta che ad oggi riteniamo per esclusione quella giusta, non solo ci dobbiamo rendere conto che non necessariamente la scelta è fra due opzioni per cui se non è giusta questa allora lo è l’altra, ma dobbiamo anche renderci conto che non è detto che dall’altra parte del vetro ci sia tutto ciò che di positivo non c’è da questa parte. Non è detto altresì che quel secondo scenario che si poteva aprire sarebbe stato migliore di quello che viviamo, potenzialmente poteva essere migliore, peggiore o uguale, ma la certezza che se avessimo preso in tempo il metro, se fossimo arrivati in orario a quell’appuntamento, se avessimo preso quell’altra strada, le cose sarebbero andate per il verso giusto, questa certezza non ce la dà nessuno. Allora non rimane che accettare le scelte che noi ed altri, in un dato momento della nostra vita abbiamo preso e comprendere che se si è fatta quella scelta evidentemente era la cosa che si riteneva più opportuna e logica da fare, in quel dato momento e che quindi ha valore e significato contestualizzato a quel preciso istante. Per cui non abbiamo il diritto di rimproverare noi stessi perché 5,10 o 20 anni prima abbiamo fatto una scelta che poi si è rilevata poco corretta, troppo difficile o che non ci ha soddisfatti; va bene prenderne atto, va bene chiedersi quali altre vie potevamo intraprendere, tenendo presente che non ce n’è una giusta, va bene cercare di porre rimedio a ciò che crediamo di aver sbagliato, ma non è corretto infliggersi una punizione vivendo nel rimpianto o nel rimorso di qualcosa che si è fatto o non si è fatto. Non fraintendetemi, non voglio insinuare che non sia giusto farsi un esame di coscienza, accettare gli errori fatti ed imparare da essi, sto solo affermando che vivere costantemente nel rimpianto o nel rimorso significa reiterare l’errore fatto: ostacola l’accettazione delle conseguenze delle proprie scelte e non consente di porvi rimedio.

 

Dott.ssa Giuseppina Semeraro

 

 

Circāre, tra punto ed individualità
Molta gente è in cerca della felicità. La stanno cercando. Stanno provando a trovarla in qualcuno o qualcosa al di fuori di essi stessi. Questo è un errore fondamentale. La felicità è qualcosa che sei, e viene dal modo in cui pensi.” WAYNE DYER Cercare la felicità: argomento di non poco conto! Innumerevoli menti illuminate ne hanno discusso ed anche nell’angolo più sperduto del mondo ci sarà, in questo preciso istante, una persona che sta cercando la felicità, che sta cercando il modo per essere felice. Cercare è una parola così usata oggi che sembra tanto banale eppure racchiude in sé un significato quasi poetico: deriva dal latino circāre ossia andare intorno, girare in cerchio…e più “cerchi” più il cerchio si chiude su se stesso fino a ridursi all’unità originaria, il punto. Quindi quando cerchiamo qualcosa restringiamo il campo di ricerca fino ad arrivare al fulcro del nostro cercare, che non è la cosa da noi ricercata ma siamo noi stessi. Il punto quindi come l’individualità di colui che ricerca, come sede delle risposte a tutte le nostre domande: ebbene sì, dentro di noi abbiamo tutte le risposte che desideriamo, basta solo cambiare l’orientamento dello sguardo, non rivolgerlo più all’orizzonte ma avvicinarlo, focalizzare il presente, il qui ed ora, essere nel tempo che si vive, sentire emotivamente ciò che si esperisce con i sensi. Nella ricerca di qualcosa alle volte perdiamo il contatto con ciò che abbiamo, così proiettati alla meta che tralasciamo il viaggio: e se la felicità poi non si trovasse solo in quello che stavamo cercando? se la felicità consistesse anche in tutto quello che ci è capitato nel tempo della ricerca?. Io non posseggo di certo le risposte a tali quesiti, ma sento di poter dire che la risposta è in ognuno di noi e che basta placare tutto per un momento ed ascoltare. Quindi qualsiasi sia la cosa che state cercando, prima di tutto cercate dentro voi stessi, girate intorno alla vostra individualità, restringete il cerchio fino ad arrivare al punto, fino ad arrivare a voi stessi e allora e solo allora ripartite: prima di tutto ricongiungetevi con voi stessi e poi vi potrete ricongiungere con il resto del mondo. Vi lascio con una frase di Romano Battaglia: “Finché l’uomo non si accetta e non inizia un dialogo con se stesso, non troverà mai la serenità a cui anela, la pace interiore, la capacità di affrontare le tempeste della vita.” E voi cosa ne pensate? Rivolgere lo sguardo al proprio mondo interno prima che al mondo esterno può essere uno dei modi per trovare la felicità? 
Scrivetemi alla mail  [email protected]   e fatemi sapere cosa ne pensate

Dott.ssa Giuseppina Semeraro

Genitori si nasce o si diventa?

Negli ultimi anni si parla molto del concetto di genitorialità e delle caratteristiche che costituiscono
un buon genitore: come deve approcciarsi al figlio e che comportamento deve adottare. Come se ci
fosse un confine netto tra giusto e sbagliato o una lista di ciò che è più o meno salutare per il
bambino. La verità è che, come in tutte le vicende della vita, non c’è un libretto d’istruzione per il
buon genitore e che nessuno nasce tale.
La genitorialità è una funzione molto complessa dell’individuo, parte fondante della sua personalità
e prima ancora che tradursi in un “fare” il genitore, consiste nell’ idea che abbiamo del genitore: è
uno spazio mentale che si forma nell’infanzia in cui interiorizziamo i comportamenti dei nostri
genitori, i loro desideri, le loro aspettative e creiamo una rappresentazione stabile di ciò che il
genitore è dal nostro personale punto di vista. Tale rappresentazione, con gli eventuali traumi che

porta con se, si riattiva prepotentemente nel momento in cui diventiamo genitori, rimettendo in
circolo pensieri e fantasie circa la propria esperienza come figlio e sottoponendoci ad un lavoro di
mediazione tra il modello che abbiamo interiorizzato e ciò che invece desideriamo essere. Quindi
l’essere genitori e pertanto prendersi cura di un figlio, non è una capacità innata scritta nel DNA o
un abilità istintiva che subentra nel momento del parto, ma è strettamente connessa agli aspetti
affettivi e relazionali del genitore che devono necessariamente subire un ulteriore elaborazione in
virtù dell’evento “stressante” per poter giungere ad un nuovo equilibrio. Insomma diventare genitori
non è un evento ed un processo così scontato e di naturale evoluzione come spesso siamo portati a
credere, basti pensare a eventi come il “Baby blues” ed la Depressione Post Partum, i quali al netto
delle eventuali cause ormonali, sono motivati anche da cause psicologiche.
In sostanza il diventare genitori non è un evento che, in maniera scontata, porta con se solo felicità e
gratitudine. In taluni casi a causa di situazioni economiche difficili, contesti familiari problematici o
assetti culturali particolari la gravidanza può essere vista come un problema per cui si dice di
interromperla o portarla avanti per poi dare in adozione il nascituro. Ovviamente in entrambi i casi
si genera sofferenza: nel primo per la donna che decide di abortire, poiché in ogni caso rappresenta
un trauma che vi sia consapevolezza o meno; nel secondo per il figlio dato in adozione che si vede
negata la possibilità di conoscere appieno la sua storia. Ora, pur essendo consapevole del trauma e
del senso d’ingiustizia che può vivere un bambino dato in adozione, vorrei in questa sede fare una
riflessione sulle madri. Spesso si tende a dividere il mondo in giusto e cattivo, come se questa
demarcazione netta ci tenesse al sicuro dai nostri stessi demoni ed in questa divisione le madri che
abbandonano vanno necessariamente a finire nella parte cattiva del mondo poiché abbandonare il
proprio figlio è contro natura. Bene, seppur veloce e comodo, trovo questo processo di valutazione
eccessivamente semplicistico. Perché? Il motivo è molto semplice, come la psicologia ci insegna, le
nostre azioni sono la risultante di più fattori interni ed esterni a noi e subiscono l’influenza della
nostra personale storia, del momento storico-culturale in cui viviamo e del mondo relazionale che in
quel momento esperiamo; sicché nel giudicare un atto, un azione, dobbiamo fare un passo indietro
per allargare la visuale e permetterci di vedere tutto quello che c’è da vedere, allargare i confini per
poter percepire l’intero quadro. La scelta di abbandonare un figlio può essere motivata dalla
consapevolezza di non essere in grado di occuparsi adeguatamente di un’altra vita, dall’impossibilità
economica a farlo oppure da rigide norme culturali per cui una gravidanza potrebbe rappresentare
uno scandalo. Basti pensare che ancora oggi in alcune zone d’Italia essere una ragazza madre è
considerato uno scandalo, figurarsi 30 anni fa. In sintesi abbandonare un bambino non è una scelta
frutto di una sola motivazione, ma è la risultante di più fattori. Se non si conoscono adeguatamente​
tutte le variabili che erano in gioco in quel momento si rischia di dare una valutazione affrettata e
grossolana del gesto. Ogni storia è a se stante e solo dopo averne conosciuto i dettagli si può
emettere un giudizio positivo o negativo che sia, mai a priori o si rischia di fare come recita il detto
“di tutta l’erba un fascio”.